In ricordo di Gianfranco Mazzocchi

Si è spento il 6 luglio 2026 a Stradella Gianfranco Mazzocchi, delicato e pensoso fotografo sociale, osservatore e ammiratore della natura, amante di tutti gli alberi, tutte le piante, tutte le erbe, docente di fotografia e per molti anni coordinatore dei corsi di fotografia della Società Umanitaria di Milano, divenuti poi nel 1980 CFP Riccardo Bauer. Uomo solitario, ora silenzioso ora eloquentissimo, rigoroso, serio, talvolta severo ma sorridente e capace di ironia, un puntuale maestro per molti, un amico sincero, una persona che non conosceva la finzione. Mazzocchi, occhi vivissimi, capelli folti e un’eterna aria da ragazzo.

Era nato il 9 febbraio 1935 a Redavalle, in provincia di Pavia. Nel 1952, molto giovane, si trasferisce a Milano. Nel 1958, dopo il periodo di ferma militare, si iscrive al corso triennale di fotografia presso la Società Umanitaria, dove ottiene la qualifica nel 1961. Dal 1960 al 1964 lavora come operatore fotografo presso la Alfieri & Lacroix, storica tipografia e casa editrice. Nel 1964 viene assunto dalla Società Umanitaria come docente di fotografia e fotomeccanica nei corsi diurni e serali e sempre lo stesso anno inizia a lavorare con il critico di fotografia Antonio Arcari e il corpo docente dell’Umanitaria alla progettazione del programma didattico dei corsi di fotografia. Nasce così il “metodo Umanitaria”, ereditato poi dal CFP Riccardo Bauer e ancora oggi considerato, con i necessari aggiornamenti, un punto di riferimento teorico e operativo. Dal 1980, e soprattutto dal 1984, anno della morte di Arcari, fino al 1994 è stato coordinatore di tutti i corsi diurni e serali di fotografia. Con il pensionamento, è vissuto tra Milano e Lecco, continuando a fotografare soprattutto la natura.

L’opera di Mazzocchi fotografo e docente si colloca nel momento storico in cui Milano, dopo i disastri del ventennio fascista e dopo la guerra, rinasce e si afferma in modo assoluto come la capitale dell’editoria e della comunicazione. I suoi compagni di strada, fotografi e studiosi pur di età diverse, sono Cesare Colombo, Toni Nicolini, Luigi Crocenzi, Renzo Chini, Tranquillo Casiraghi, Pietro Donzelli, Gianni Berengo Gardin, Otello Bellamio, Emilio Frisia, Paolo Monti, Ugo Mulas, tutti protagonisti di una fotografia che si fa via via più impegnata, consapevole, culturalmente solida, e che costituirà un trampolino di lancio verso il mondo dell’arte, raggiunto negli anni Novanta dopo un lungo processo di artificazione e di istituzionalizzazione.

Mazzocchi fotografo racconta alcuni luoghi della città (Stazione Centrale, 1962, Metropoli, 1962-64, Gallaratese, 1965-1971, Umanitaria. Media sperimentale, 1967-68, Casa del Sole, 1968) ma anche il suo luogo d’origine (Oltrepò pavese, 1962-65, Alberi. Oltrepò, 1963-65). Ricorrono, nelle sue immagini, che portano il segno ormai leggero del Neorealismo, figure solitarie, volti semplici, piccoli momenti di vita. Due gli elementi molto spesso presenti: i bambini, dunque l’umanità che cresce, e gli alberi. Gli alberi sono come figure umane, coltivare è come educare.

Mazzocchi docente e coordinatore ha lasciato sui corsi di fotografia il segno forte della necessità di un apprendimento graduale e coerente, che si lega all’impegno, al vero lavoro, alla pazienza, alla progettazione e alla riflessione, alla serietà. E ha lasciato anche molti vasi di piante, alcuni dei quali ancora oggi esistono e ai quali si sono aggiunti altri vasi di altre piante, che altre persone coltivano.

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